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Alcune riflessioni sul tema della qualità

by 06/06/2013 11 comments

20130606-113613.jpgDue settimane fa mi è capitato di comprare una bottiglia e di trovare una spiacevole sorpresa: una marea di lievito. Tendezialmente potrei dire che è ingiustificabile in un prodotto che si trova sugli scaffali dei beershop ma errare è comunque umano. Resta il fatto che se io verso una birra simile ai miei amici, notato il problema la butto e chiedo scusa.
L’episodio mi è servito come spunto per alcune riflessioni sul mondo della birra artigianale italiana.
Il movimento negli ultimi anni ha ricevuto una spinta impressionante vedendo la nascita di nuovi birrifici e molte beer firm, alcune bizzarre, altre che invece si stanno facendo apprezzare per qualità e per costanza. Parlando con Andrea Fralleoni di Free Lions dal 2011 ad oggi nel solo lazio si è passati da 11 a 30 birrifici (con e senza impianto).
Sicuramente un’espansione tale avrà portato a belle scoperte ma anche a tanta confusione e improvvisazione. Quante beer firm che non sanno minimamente cosa sia una birra e come nasca ci hanno proposto, e continuano a farlo, prodotti scandenti?
Tutto lecito? Sono buono e dico che presto chi non è di questo mondo andrà a scomparire, ma la cosa che ritengo più grave è che anche chi si è già affermato, mostrando costanza di risultati nel corso degli anni, ogni tanto si concede qualche tonfo.

Per tornare a quanto detto in apertura mi sono preso la briga di contattare il produttore inviando foto e segnalando anche il lotto di produzione. La risposta, garbata ma anche un po’ paracula recita così: Ciao Claudio! Grazie per la segnalazione. Problema già risolto nei lotti successivi… Ciao
Da questa risposta si evince che il problema è noto e che non hai fatto nulla per rimediare? Caro il mio birrificio, io penso che se una malteria ti fornisce una partita di malto fasulla tu chiami e ti fai venire a ritirare il prodotto che hai pagato, questo è sacrosanto. Ma allora i miei 5 euro sono meno sacrosanti dei tuoi? Oppure l’assioma consumatore-babbeo è sempre più forte nella considerazione dei birrifici?

Se poi ti fermi a parlare con i birraio ti attaccano mille pippe sulla qualità, sulla cultura, sulla passione che li spinge a fare questo lavoro. Tutti concordi nel dire che non lo fanno per denaro, che anzi è una vera fatica ma poi la qualità dei prodotti ed i riconoscimenti alla fine ti ripaga. Io dico nì. Ciò che ti ripaga è anche la pecunia che deriva dalla vendita dei prodotti, poi ovviamente senza prodotti validi non vai da nessuna parte.

Mi sembra di assistere ad una cosa che ho visto accadere in passato nel settore della cinofilia e che purtroppo si ripete ciclicamente: la moda di una razza specifica porta all’impoverimento della stessa e di tutto il lavoro fatto dagli allevatori nel corso di decenni e in alcuni casi anche di secoli. C’è da fare soldi quindi non importa se questa razza adesso ha una tara genetica che provocherà mille problemi ai nostri amici a quattro zampe.
La stessa cosa succede nel panorama brassicolo: se la clientela è in grado di bere certe tisane sconce che si trovano in giro (a volte prodotte anche da noti ed affermati birrifici) allora sarà in grado di bere anche questa busta di lievito.

La stessa cosa succede nei pub, alcuni dei quali ancor prima di aprire si autoproclamano paladini di tutto. Ecco se provi a dire che la LORO birra, e dico loro perchè si tratta di birre di loro produzione, è ossidata oppure che ha pesanti sentori di olive, ti deridono. “Strano, devi avere davvero un palato particolare”. Forse non è vero che il cliente ha sempre ragione però magari ti puoi scusare ugualmente e dargli un’altra birra. Ma poi mi vuoi far credere che prima di servirle non le hai provate?

Forse sarò un inguaribile romantico, o forse non è vero che certe persone fanno questo lavoro per passione ma sicuramente è vero che in Italia il consumatore sta sempre un po’ a pecora nei confronti del produttore.
Un paio di anni fa sono andto da un produttore in trentino, non di birre, e mi raccontava della loro storia, come e perchè sono nati, che tipo di prodotti fanno e via dicendo. Mi raccontava che producono un prodotto, con una preparazione che dura diverso tempo perchè è costituito da frutta fresca a strati raccolta nei vari periodi dell’anno e rum a 80° e che si apre tradizionalmente la notte di Natale. Mi spiegava che se a Pasqua tale prodotto rimane ancora sugli scaffali dei negozi loro mandano a ritirarlo perchè è diventato meno buono del dovuto. Per fortuna c’è ancora qualcuno che mette la qualità quasi prima di tutto.

Ora i soliti maligni diranno che non ho fatto nomi e che se voglio sparare come si deve è giusto che vengano fatti. Vorrei farli, anzi chi mi conosce sa bene a chi mi sto riferendo, ma la degna conclusione di questo articolo è proprio questa: in Italia se dici a qualcuno che non si comporta bene lo stronzo sei tu.

11 Comments so far

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  1. f1822507
    #1 f1822507 6 giugno, 2013, 15:43

    Se non dici i nomi sei il solito italiano medio, tutte chiacchiere e pochi fatti

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  2. Marco
    #2 Marco 6 giugno, 2013, 17:40

    curiosità da, diciamo, pagano: quali sono i sapori che ti fanno capire che una birra è ossidata? e il sentore di olive è provocato da un particolare errore all’interno del processo di birrificazione? grazie!

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    • birraioClaudio
      birraioClaudio 6 giugno, 2013, 17:50

      Quando senti quel tipico sentore metallico/ematico ecco è a quel punto che la birra è ossidata. Poi ci stanno delle birre in cui può essere, entro certi limiti, accettato ma altre in cui non dovrebbe essere presente.
      Per quanto riguarda il sentore di olive non ho ancora ben capito se si tratta di ossidazione ma del mosto caldo o di qualche aggressione batterica

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  3. Marco
    #3 Marco 6 giugno, 2013, 17:56

    ah ok: l’esempio madre è quando becchi la peroni che sa di ferro, insomma 🙂

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  4. Ar-Es
    #4 Ar-Es 6 giugno, 2013, 19:02

    un articolo che ci voleva, ero a una festa poco tempo fa e mi hanno servito un IPA che sapeva di ferro; ovviamente ero io la merda quando gliel’ho detto e a dimostrarmelo il ragazzo che le spinava la beveva di fronte a me! il problema è che quello che per me era un difetto per lui non lo era; può essere lo stesso per il lievito, tu sei del settore e se lo vedi capisci che è successo qualcosa di sbagliato ma per il consumatore medio non è niente di che.. ci vogliono più critica nei consumi e consumatori più informati

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  5. Jack
    #5 Jack 6 giugno, 2013, 20:48

    Purtroppo è cosí, quando c’è da mangiare il mare si riempe di pesci.. Comunque, bell’articolo! 😉

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  6. Vini & Cretini
    #6 Vini & Cretini 7 giugno, 2013, 07:37

    Il problema secondo me é l’atteggiamento di molti nel club dei birrifici ( e loro seguaci homebrewers/beershoppers/publicans): fortunatamente x tutti la birra é un prodotto umile, popolare e riproducibile.. E viene fatto a scopo di lucro! E si vende perché riesce a creare socialità e piacere.
    Parlare linguaggi di poesia, avere birre non per tutti o dire che la si fa per sola passione é un insieme di bugie bello, ma pericoloso.

    http:/viniecretini.wordpress.com

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  7. Andrea
    #7 Andrea 27 giugno, 2013, 20:32

    Mi dispiace ma mi sento di dover esprimere il mio dissenso verso la polemica riportata in questo articolo (non sul discorso relativo al mondo brassicolo italiano di cui condivido alcuni punti, ma su ciò che lo ha generato). Per come la vedo io la presenza del lievito è ciò che distingue una birra viva da un microfiltrato morto industriale e buttare una birra da 5 euro per una presenza abbondante di lievito è da criminali.
    Ho avuto una reazione simile alla tua di recente per aver stappato e versato in un bicchiere una birra del birrificio thornbridge e non trovare traccia di lievito, e la tanto rinomata brewdog non è da meno.
    la presenza di lievito è segno che la rifermentazione è avvenuta in maniera naturale e non è stata pompata co2. Senza il lievito tutti i processi lenti di maturazione e affinamento di un prodotto artigianale non avverrebbero e per esempio un barley wine di un mese avrebbe li stesso sapore di uno di un anno o più. Se proprio uno ha paura di ritrovarsi il lievito nel bicchiere basta tenere la bottiglia in frigo a avere in minimo di accortezza nella mescita. C’è senz’altro di peggio da commentare sul panorama brassicolo italiano piuttosto che prendersela per un po’ di lievito di troppo..

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    • birraioClaudio
      birraioClaudio 29 giugno, 2013, 00:56

      Liberissimo di dissentire ma voglio farti notare che non si tratta della normalissima quantità di lievito presente più o meno in tutte le bottiglie e la riprova è proprio il fatto che lo stesso birrificio lo abbia definito come “problema risolto nelle cotte successive”.
      Una considerazione vorrei farla sul tuo consiglio: mi pare scontato che la mia bottiglia sia stata tenuta in frigo così come il fatto che io abbia usato la stessa accortezza o non accortezza che uso con tutte le altre bottiglie.
      Che poi ci sia di peggio da commentare sul panorama italiano sono d’accordo, ovviamente il mio era uno spunto, ma per fortuna c’è anche di meglio e conto di scrivere un articoletto anche su risposte invece molto positive a problemi del tutto analoghi

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  8. Gianluca
    #8 Gianluca 9 dicembre, 2013, 10:50

    Questione di stile Claudio. Da homebrewer ho incontrato un produttore, riconosciuto come uno dei migliori in campo nazionale, al quale, solo per carpire qualche informazione in più sulle sue birre, gli avevo chiesto quale potesse essere stato il problema che aveva provocato il gushing in una delle sue bottiglie. Lui per tutta risposta mi ha regalato un’altra bottiglia, mettendomi anche in imbarazzo.

    Concordo anche con Andrea che scrive di problemi più gravi in altre produzioni. Proprio questi giorni ho assaggiato un paio di birre di un’azienda veneta che di artigianale hanno ben poco. E’ vero, in questo momento il mercato è ricettivo e tra le tante aziende serie ci si infila anche chi fiuta affari.

    Peccato perchè il consumatore meno esperto in questo modo viene fuorviato

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